11 maggio 2018

QUARTIERE COPPEDE' - ROMA


QUARTIERE COPPEDE' 

A spasso per una zona di Roma poco frequentata dai turisti, il quartiere Coppedè, situato nel quartiere Trieste, in zona Nomentana, tra piazza Buenos Aires (detta anche Piazza Quadrata) e via Tagliamento.
In realtà, chiamarlo quartiere è impreciso, in quanto si tratta piuttosto di un complesso di una quarantina tra palazzi e villini, collocati in un’area ampia poco più di 30 mila mq.




A definirlo "quartiere", fu comunque l’architetto Gino Coppedè, nato a Firenze il 26 settembre 1866, che progettò e seguì i lavori, compresi gli elaborati elementi architettonici.
L’eclettico architetto, essendo pure un pregiatissimo intagliatore, scultore e decoratore, seppe anche accostare armoniosamente i molti materiali scelti per sue opere architettoniche.
Coppedè, che lavorò anche in città come Genova, Messina, Napoli e Siviglia, per costruire il cosiddetto quartiere, esce completamente dagli schemi tipici del Fascismo, che prediligeva linee dritte e massicce, al massimo di ispirazione classica, per mescolare i più svariati stili possibili: arte liberty , tanto in voga tra la fine '800 e inizio del '900, déco, greca, gotica, barocca, medievale e altri ancora.



Il risultato fu talmente particolare da diventare praticamente uno stile, l’inimitabile “stile Coppedè”, anche se all’epoca non tutti apprezzarono e molte furono le critiche che avvilirono l'architetto.
I lavori, commissionati dalla società “Edilizia Moderna” dei finanzieri Cerruti, per una Roma in piena espansione, iniziarono nel 1913, con un’interruzione durante la Prima Guerra Mondiale, per riprendere intorno agli anni 20’, ma rimasero incompiuti a causa dell’improvvisa morte dell’architetto.
 Gino Coppedè muore infatti a Roma il 20 settembre 1927, pare in seguito a complicazioni polmonari intervenute dopo un'operazione, anche se biografie non ufficiali parlano di un misterioso suicidio.

Gino Coppedè
(Firenze, 26 settembre 1866 – Roma, 20 settembre 1927)

 A terminare l’opera subentrò il cognato di Coppedè, Paolo Emilio André, anche lui fiorentino e sicuramente un valido architetto, ma non avendo il medesimo genio estroso, terminò il quartiere in uno stile molto più sobrio.
Scrive Corrado Augias a pagina 301 del saggio storico  “I segreti di Roma”: «In una città dall’edilizia spesso disordinata come Roma, il “quartiere Coppedè” si distingue per l’unitarietà del segno e la razionalità del progetto urbanistico. Portando alle conseguenze estreme lo stile detto “eclettico” diffusosi negli anni fra i due secoli, Coppedè s’è inoltrato in una specie di geniale bric-à-brac, dando al suo progetto un’accentuata connotazione fantastica: pinnacoli, guglie, veroni, torrette, portali ferrati, lampade pesantemente sbalzate per l’illuminazione pubblica».


L’ingresso principale del quartiere è da via Dora,una piccola strada che collega piazza Mincio con via Tagliamento; non molti sanno che in realtà quest'area doveva chiamarsi proprio "Quartiere Dora", preferendo poi di dedicarlo al grande architetto morto prematuramente.  


Questo ingresso  è contraddistinto da un monumentale arco decorato con un massiccio mascherone col volto di Minerva - la divinità vergine della guerra giusta, della saggezza, dell'ingegno, delle arti utili-  sorretto da due efebi e sormontato dallo stemma dei Medici, certamente omaggio di Coppedè alla sua Firenze.


Per non perdersi nulla, conviene scrutare bene in giro e in alto, perchè c'è una gran dovizia di stupefacenti particolari, così tanti da renderne impossibile la totale descrizione.
Come ad esempio, l'edicola incastonata in un angolo poco prima del grande arco,  con la dolcissima statuetta della Madonna che porge  Gesù Bambino, quasi come a salutare e benedire i passanti.






L’arco collega due edifici a forma di torri asimmetriche, detti i Palazzi degli Ambasciatori, con facciate interamente decorate da stucchi, stemmi, mosaici e personaggi che si riferiscono alla mitologia antica , tra cui trova posto anche la decorazione di una coppa ricordante il Santo Graal



 Proprio in cima ad una delle due torrette, ben si distingue quello che potrebbe sembrare un angelo, ma è una Nike alata – la dea della Vittoria – circondata da mosaici di possenti e forti aquile, emblema anch’esse di potere e vittoria.
In uno dei Palazzi degli Ambasciatori, terminati nel 1921, Gino Coppedè vi abitò con la famiglia.




Anche la volta  sotto l'arco è riccamente decorata con bassorilievi e persino due balconi e su una colonna a destra dell'arco si può notare l'incisione del  nome del progettista.



Nonostante la gran ricchezza di decori della volta dell'arco,  ciò che più colpisce è un enorme ed elaborato lampadario in ferro battuto, con pendagli a forma di biscione, ovvero lo stemma dei Visconti, la nobile e storica famiglia di Milano.





Molti storici d'arte hanno voluto attribuire a questo lampadario un significato esoterico, in quanto convinti che  Gino Coppedè fosse un massone dedito all’occultismo e che  il suo quartiere sia una sorta di percorso iniziatico.
“La massoneria è ricerca della luce”, asseriva Albert Pike, generale delle forze armate degli Stati Confederati e da molti considerato il padre della massoneria;  pertanto i suoi adepti sono detti anche “figli della luce” - intesa come “luce della conoscenza”- necessaria per comprendere le verità nascoste.
  Vista così, ogni angolo del quartiere ci sembrerà misterioso e  fitto di metafore, simboli, allegorie, anche se in realtà non risulta che Coppedè sia mai stato ufficialmente iscritto a logge massoniche .



Proseguiamo la nostra passeggiata attraversando l'arco, indecisi se scrutare in alto, oppure volgere lo sguardo sulla splendida prospettiva che ci offre del "Villino delle fate", che non sfigurerebbe in un libro di fiabe gotiche. 
L'arco immette in Piazza Mincio, attorno cui si dirama il quartiere, con al centro la "Fontana delle rane", in stile barocco, realizzata nel 1924.



La fontana, di forma circolare e a due livelli, è così chiamata per le dodici rane che zampillano acqua e richiama la più famosa Fontana delle tartarughe, realizzata da Gian Lorenzo Bernini e ubicata in piazza Mattei, nel rione Sant’ Angelo.
La rana è non una scelta a caso, perché Coppedè la vede come simbolo dell’evoluzione, in capace di vivere sia sulla terra che nell’acqua, adattandosi ai cambiamenti e a vivere in ogni circostanza, pertanto l'accosta all'uomo, che dovrebbe ricercare continuamente la conoscenza e conquistare gli strumenti per comprendere la realtà ed evolversi con essa.
Chi invece crede alla teoria del progetto occulto, spiega la presenza delle rane in quanto "animali domestici", al pari di gatti neri e civette delle streghe, e infatti,  una leggenda metropolitana indica questo luogo come punto d'incontro notturno per le streghe.
 Giusto per infittire ancor di più l'aurea misteriosa che circonda il quartiere.



La fontana delle rane è ricordata anche perché i Beatles, che si esibirono al Teatro Adriano di Roma il 27 e il 28 giugno 1965, vi fecero il bagno vestiti, dopo un’esuberante serata passata nella vicina discoteca cult degli anni '60, il Piper... o almeno così si racconta.
La storica discoteca, sita in via Tagliamento, a causa dei ripetuti atti vandalici compiuti dai suoi frequentatori, si può senza dubbio definire l'unica nota di disturbo di questo vero e proprio angolo di pace nel cuore della caotica città eterna.


Piazza Mincio, oltre ai Palazzi degli Ambasciatori, abbraccia i più importanti edifici ideati da Coppedè e  sono il già citato "Villino delle fate",il "Palazzo del Ragno", e il cosiddetto "Palazzo senza Nome".






Il Palazzo del Ragno, di ispirazione assiro-babilonese e costruito tra il 1920 e il 1926, è chiaramente chiamato così per il mosaico posto sopra l'architrave del portale d'ingresso, raffigurante questo animale, visto come infaticabile e silente simbolo di laboriosità.
A conferma, tra le varie decorazioni tra cui scorgiamo leoni, aquile e grifoni e un cavallo, al terzo piano c'è un dipinto con i toni ocra e nero con la scritta "LABOR."
Sulle facciate del palazzo su via Tanaro e su via Brenta invece compare la scritta con uno dei motti di Gino Coppedè: "ARTIS PRAECEPTA RECENTIS / MAIORUM EXEMPLA OSTENDO”, ovvero “Rappresento i precetti dell’arte moderna attraverso l’esempio degli antichi”.



Proprio al lato opposto del Palazzo del Ragno, al numero 2 di piazza Mincio, si erge un palazzo che non ha un nome ufficiale, anche se in molti lo chiamano “HOSPES  SALVE” , come la scritta che Gino Coppedè ha voluto sull’atrio per dare il benvenuto ai visitatori, rafforzata da “HAS AEDES QUISQUIS ES AMICUS ERIS HOSPITEM SOSPITO”, cioè: “entra in questo luogo chiunque tu sia sarai amico io proteggo l'ospite”.




La decorazione pittorica dell'atrio è inoltre composta da cavallucci marini e lucertole.
Il palazzo è stato costruito nel 1926 e colpisce immediatamente per il   portale a sesto ribassato, dalla forte strombatura, che crea sinistri giochi di ombre e luci.
Per realizzarlo Gino Coppedè prese spunto dalla scenografia del famoso film "Cabiria" di Giovanni Pastrone del 1914, kolossal italiano del cinema muto a cui persino Gabriele D'Annunzio contribuì in veste di sceneggiatore.




Per l'atmosfera surreale e anche tenebrosa del luogo, molti registi hanno ritenuto il quartiere Coppedè lo scenario perfetto per girare inquietanti film.
 Dario Argento (che tra l'altro si dice abiti o abbia abitato in questo quartiere) vi ambientò: “L’uccello dalle piume di cristallo”, del 1970 e “Inferno” del 1980.
 Anche il regista Richard Donner lo scelse per girare le sequenze iniziali del terrificante film “Omen. Il presagio", del 1976.
 Sono state qui girate anche scene di altri film, tra cui: “Audace colpo dei soliti ignoti” del 1959 di Nanni Loy, “La ragazza che sapeva troppo” del 1963, diretto da Mario Bava e il noir di Francesco Barilli, “Il profumo della signora in nero”, del 1974, ma altri ancora.



La “star” più ammirata e fotografata del quartiere certamente è una complessa costruzione completata nel 1924, utilizzando gran quantità di materiali e colori, dall’incantevole nome: “IL VILLINO DELLE FATE”.
In realtà l ‘edificio è composto da tre villini addossati, con ingressi separati, interamente circondati da un giardino.
 Dietro il cancello in ferro battuto dell'ingresso carrabile di piazza Mincio 3, scorgiamo sul selciato un mosaico rotondo in cui sono rappresentate tre fanciulle suonatrici in abiti romani antichi, con la scritta: “I VILLINI DELLE FATE – MNEME, MELETE E AEDE, così scopriamo anche perché si chiama così.



Con questi tre villini, Coppedè volle inoltre magnificare, attraverso delle decorazioni sulle facciate, tre delle città artistiche più importanti d’ Italia: Firenze, Roma e Venezia .

Per rappresentare Firenze sono state scelte le inconfondibili figure dei sommi poeti Dante e Petrarca, ritratti accanto alla Chiesa di Santa Maria del Fiore con l’iscrizione Fiorenza Bella; per celebrare Roma i gemelli Romolo e Remo con la Lupa, mentre per Venezia il Leone di San Marco e i velieri. 





Tra le altre decorazioni composite, le più rilevanti sono una meridiana, un albero della vita, una scena di battaglia con la scritta "DOMUS PACIS" ("Casa della Pace"), putti con ghirlanda , le scritte "DOMINO LAETITIA PRAEBEO" ("offro allegria al padrone") , "E PETRA FIRMITAS / EX ARTE VENUSTAS" ("dalla pietra la solidità, dall'arte l'eleganza") e un'edicola dedicata presumibilmente a Santa Chiara.




Sparsi qua e là nel quartiere, accanto a più semplici realizzazioni Liberty e palazzine più moderne, si trova anche l’edificio che ospita il Liceo Scientifico Statale “Amedeo Avogadro”, dal gusto medievaleggiante e la sontuosa dimora in via Serchio in cui visse il tenore Beniamino Gigli.
Il quartiere ospita diverse ambasciate: come l’ambasciata della Bolivia e quella del Marocco in via Brenta, l'ambasciata del Sudafrica in via Tanaro, l'ambasciata della Repubblica del Congo in via Ombrone o ancora in via Clitunno, il villino dell’ambasciata russa.
Chi visita Roma, non può perdersi questo meraviglioso quartiere!







1 commento:

Trilly ha detto...

Grazie per questa carrellata su Roma e su tanti gioielli che le appartengono, istantanee che a volte sfuggono a meno che non si giri con una guida. I romani, noi italiani abbiamo un vero tesoro e non solo localizzato a Roma, l' Italia ha il patrimonio artistico più cospicuo del mondo apprezzato e valorizzato da pochi Italiani ma da molti stranieri. Se noi italiani fossimo consapevoli del valore inestimabile che abbiamo dislocato nell'intera penisola tra città e piccoli centri, forse riusciremmo a preservarlo e cosa non meno importante attraverso la loro valorizzazione incrementeremmo l'economia del paese, rendendo il tutto un duplice tesoro.