24 giugno 2018

IL CORAGGIO E LA CERTEZZA DELL' AMORE - R. Tagore


Una preghiera piena d'amore per augurarvi una buona domenica!

PREGHIERA

"Dammi il supremo coraggio dell'amore, 
questa è la mia preghiera,
coraggio di parlare,
di agire, di soffrire,
di lasciare tutte le cose, o di essere lasciato solo.
Temperami con incarichi rischiosi, onorami con il dolore,
e aiutami ad alzarmi ogni volta che cadrò.
Dammi la suprema certezza nell'amore, e dell'amore,
questa è la mia preghiera,
la certezza che appartiene alla vita
nella morte, alla vittoria nella sconfitta,
alla potenza nascosta nella più fragile bellezza,
a quella dignità nel dolore, che accetta l'offesa, ma disdegna di ripagarla
 con l'offesa. 
Dammi la forza di Amare sempre e ad ogni costo."

 Rabindranath Tagore


23 giugno 2018

FILASTROCCA DEL GIRASOLE - Nadia Agustoni


Scocca l'ora della buonanotte!

FILASTROCCA DEL GIRASOLE

Di giorno seguo il sole
la notte so aspettare
mi inventa la pazienza
un mondo da guardare.

Giro la corolla
c’è il cielo da vedere
i prati, il campo
e le api serene:
stanno sulla terra
senza sogni
o hanno sogni muti
da ascoltare
ali trasparenti
dove la luce
è riposare.

Nadia Agustoni

CLIZIA E LA NASCITA DEL GIRASOLE


Clizia - Evelyn De Morgan, circa 1887

CLIZIA E LA NASCITA DEL GIRASOLE


Il girasole, fiore il cui nome scientifico è Helianthus, dal greco “helios" (sole) e” anthos” (fiore), così detto per il movimento circolare della sua corolla che segue costantemente la rotazione del sole, detto eliotropismo, il girasole è simbolo di amore devoto e costante.
L’origine della nascita del girasole si trova in Ovidio, nel IV libro delle Metamorfosi, in cui viene raccontata la storia della ninfa Clizia, che era perdutamente innamorata del dio Apollo e lo seguiva ininterrottamente con lo sguardo mentre lui guidava il suo carro infuocato in tutto l’arco del cielo.
Inizialmente il Sole fu lusingato ed anche intenerito da così tanta devozione e contraccambiò il sentimento, tanto che finì per sedurre la giovane Ninfa.
 Ben presto però Apollo l’abbandona perché si innamora della mortale Leucotoe e, per riuscire a conquistarla, si trasforma nella madre di lei per riuscire ad entrare nella stanza dove stava tessendo con le ancelle.
 Riuscito a rimanere solo con la fanciulla, riesce a diventarne l’amante
Clizia, gelosissima per vendicarsi dell’affronto, rivelò l’unione segreta al padre della ragazza, che la sotterrò viva.
Apollo, disperato per la perdita dell’amata, non volle mai più vedere la Ninfa.
Tentò invano di riportare in vita la sua Leucotoe scaldandola con i suoi raggi, ma non riuscendo nel suo intento, cosparse il tumulo dove giaceva, con nettare profumato e da lì nacque l’incenso.
Clizia, ripudiata dal Sole, non seppe darsi pace. Trascorse le giornate sdraiata sulla terra, nutrendosi solamente di brina e delle sue lacrime, osservando ininterrottamente il Dio che attraversava il cielo col suo carro infuocato, mai le rivolgeva uno sguardo.
Lentamente consumata da quel rifiuto e da quell’amore per il Dio del Sole, s’irrigidì, i suoi piedi si conficcarono nel terreno, i suoi capelli divennero una gialla corolla.
Tale atteggiamento contemplativo e nello stesso tempo addolorato per il rifiuto da parte del dio, come la noncuranza per la propria persona, nel mito provocano la morte della fanciulla, o meglio il suo annullarsi come essere umano, diventando il girasole, che come la Ninfa in vita, segue cambiando inclinazione secondo l’andamento del Sole, il grande perduto amore di Clizia nel cielo.


Clizia trasformata in girasole -  Charles de la Fosse ,1688

LA LEGGENDA DI BELLA E DEI GIRASOLI - dal web


LA LEGGENDA DI BELLA E DEI GIRASOLI

Come ci insegna la storia, il girasole fu portato dal Perù, dove era considerato il simbolo del dio Sole, da Hernando Pizarro che ne portò i semi in Spagna e da lì poi di diffusero in tutta Europa.
Eppure, secondo una vecchia leggenda medievale, secoli prima i girasoli illuminavano col loro colore dorato anche i prati delle terre d'Europa e specialmente d ‘Italia, il paese del sole.
Dopo che il fatidico anno 1000 era passato senza che, come si tremava, il mondo andasse distrutto dall’Apocalisse, i popoli della grande pianura padana vivevano relativamente in pace, sia pur nell'avvilimento del servaggio.
Restavano comunque sempre tempi crudeli con usanze padronali umilianti se non spietate.
Una delle più dure da accettare era quella della “ius primae noctis” che riconosceva al Signore feudale, in occasione del matrimonio di un proprio servo della gleba, il diritto di poter trascorrere la prima notte di nozze con la sposa. 
Ogni tanto si riusciva ad aggirare quell'usanza a dir poco immorale, celebrando le nozze di nascosto, ma era pur sempre un grave rischio se si veniva scoperti.
In uno di questi villaggi della pianura padana, viveva una giovinetta che si chiamava Bella, che possedeva la bellezza di una mattina d'estate, ma anche la natura mutevole e pericolosa del fuoco; i suoi occhi luminosi non erano mai rivolti umilmente verso la terra: perché Bella era della razza dei servi, ma aveva nel cuore la fierezza dei padroni.
Quando giunse anche per lei il tempo dell'amore, venne promessa in moglie al contadino di un villaggio vicino. 
Il giovane acconsentì di buon grado di sposarla, rassegnato anche ad accettare, se non si fosse riusciti ad eluderla, la barbara usanza feudale.
Contrastarla apertamente, del resto, significava condannarsi a morte.
Alla festa del fidanzamento, quando i due si incontrarono per la prima volta, gli occhi di lui caddero finalmente sulla giovane promessa sposa ed in petto prese ad ardergli una fiamma finora sconosciuta. 
Bella vide quella fiamma negli occhi dell'uomo che gli era stato promesso e scambiò quell'ardore per lo stesso orgoglio che animava lei, pronta alla morte, ma non al disonore.
Giunse infine il giorno delle nozze, che si sperava restassero segrete, ma così non fu e notizia giunse anche al loro Signore, che si presentò non invitato alle nozze, curioso di vedere se fosse il caso di esigere ciò che la legge gli riconosceva come diritto.
Pronta a tutto, Bella levò gli occhi fieri verso quell'uomo che pretendeva di possederla e vide qualcosa, negli occhi chiari di lui, rimasti spalancati da tanta bellezza di fuoco, per un attimo le fece sognare un mondo diverso, pieno di diverse possibilità anche per lei.
Affascinato, il Signore si immobilizzò, tentato di rispettare quell'intatta bellezza.
Per un attimo, persino il tempo parve arrestarsi, persino le foglie degli alberi cessarono di stormire e si quietò il cinguettio degli uccelli.
Tutti tacevano, stupiti, in attesa.
Ancora esitante, il Padrone volse intorno lo sguardo e solo in quel momento vide accanto a Bella lo sposo destinato, a capo basso e pronto alla rinuncia e al disonore.
"Per essere di costui, puoi anche esserlo dopo che ti avrò preso io" sogghignò allora il Signore, dimentico di quel suo breve istinto di nobiltà e trascinò con sé Bella in un vicino campo di girasoli per farla sua. 
La fanciulla però riuscì ad impadronirsi del pugnale che l'uomo portava sempre con sé e rapida come una lingua di fiamma lo diresse verso colui che voleva disonorarla. 
Ucciderlo e poi uccidersi, andandosene per sempre, ma intatta.
Questo Bella aveva nel cuore. 
Eppure... quegli occhi chiari che per un interminabile momento l'avevano guardata come una donna, quella ardente, spavalda giovinezza di lui cui tanto prometteva la vita, mentre lei era comunque condannata ad essere prima di quest’ uomo e poi di quell'altro che, ancora immobile e a capo chino, aspettava mansueto.
Così Bella, in un istante decise e deviò il corso della lama, conficcandosela nel cuore.
La ragazza cadde tra i grandi fiori, che, pietosi si piegarono su di lei, nascondendola. 
Il Signore, sconvolto corse via dal campo di girasoli e risalì a cavallo, galoppando lontano da quel luogo di morte.
Si racconta che, ossessionato dai fieri occhi di lei e dalla generosità con cui gli aveva risparmiato la vita, iniziò a vagare per le sue terre, ordinando ovunque che venissero abbattuti i girasoli, sicché neppure un campo restasse a ricordargli l'episodio che ormai lo tormentava. 
Per tutto il resto della sua vita, spingendosi sempre più lontano, continuò a distruggere tutti i girasoli che incontrava al suo passaggio.
Fu così che i grandi fiori del sole scomparvero dalle terre d'Europa, per ritornarvi secoli dopo dall’America del Sud.


AH! GIRASOLE - William Blake



Molti poeti hanno tratto dai girasoli ispirazione per i loro versi e, nonostante solitamente siano un simbolo solare, versi non sempre radiosi come, ad esempio, in questa poesia di William Blake...


AH!  GIRASOLE

Ah Girasole! stanco del tempo,
che conti i passi del Sole,
cercando quel dolce dorato paese
dove il cammino del viaggiatore è finito:

dove il Giovane consumato dal desiderio,
e la pallida Vergine ammantata di neve,
si alzano dalle loro tombe e respirano
dove il mio Girasole desidera andare.

( da Canti dell´innocenza e dell´esperienza, 1789)
William Blake
 (Londra, 28 novembre 1757 – Londra, 12 agosto 1827)

IL GIRASOLE - Antonio Gazzoletti


Un radioso girasole per augurarvi una splendida giornata! 

Il GIRASOLE

Invan fido così l'astro lontano
vagheggi, o mesto fior,
te qui lega una zolla, ed ei lontano
trascorre indifferente al tuo dolor.

E però il capo, quando l'aria imbruna,
pieghi con un sospir;
come accusando la crudel fortuna
che tant'alto locava al tuo desir.

Eppur, tu dici in tua favella,
anch'io d'aureo colore ho il sen;
me pur di raggi m'onorava Iddio
come gli astri vaganti in ciel seren.

Quand'apre al vento le trecce bionde
quando la pallida faccia nasconde;
pompa è la sera dell'auree sale;
delizia il giorno d'ogni giardin.

Antonio Gazzoletti
 (Nago-Torbole, 20 marzo 1813 – Milano, 21 agosto 1866)



Sunflowers - Dmitri Annenkov

22 giugno 2018

L'ADDIO - Bruno Baldo




Un bacio non d'addio, ma di arriverci... a domani!

L'ADDIO
Parole stonate nell'abisso
mosse dai fili dell'ipocrisia
anticiparono dell'ultimo bacio
l'amara dolcezza
sotto gli occhi della luna,
unica luce in tanta oscurità.
Poi l'addio freddo
gettò nel fuoco i nostri sogni.
Com'è crudele,o vita, questa
tortura nel guardar il sole
che nelle nubi grigie s'immerge
e poi... nella polvere non si trovano
neppur le nostre impronte.

Bruno Baldo